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  • NUCCIO ZICARI

VOI POVERE CREATURE

Povere creature a chi?

Già dal titolo Povere creature! – traduzione più compassionevole ed esclamativa dell’originale Poor thinghs – il film del regista greco Yorgos Lanthimos sembra un’invettiva verso qualcuno. Settimo film del visionario regista, adattamento dell'omonimo romanzo di Alasdair Gray scritto nel 1992, vincitore del Leone d'oro all'80ª Mostra del Cinema di Venezia, di due Golden Globe, cinque BAFTA e quattro premi Oscar su undici nominations.

Apprezzato, criticato, perfino vietato ai minori di 14 anni in Italia (di 17 negli USA) non accompagnati da adulti, in realtà si impone come un racconto di formazione contemporaneo necessario. Complesso nella sceneggiatura ma dalla narrativa semplice, mai semplicistica, si apre con un bianco nero che trae ispirazione dal Frankeinstein di Mary Shelley, un’influenza più strutturata di quello che potrebbe apparire a prima vista. Nell’introduzione alla seconda edizione del 1831 Mary Shelley[1]  “licenziava la sua mostruosa progenie a seguire la propria strada e a prosperare”, forse riferendosi incosciamente a tutte le figure mostruose della tradizione letteraria, cinematografica, culturale, venuti dopo, se intendiamo “monstrum” con l’accezione latina di prodigio. Personaggi con corpi anomali, deformi, artificiali, organici e sintetici, alieni, mutanti, rianimati o creati in laboratorio, attraenti e spaventosi al contempo, che hanno popolato e che popolano il nostro immaginario sono tutti figli di quell’idea sovversiva di cui forse, all’epoca, nemmeno Shelley poteva immaginare la portata. E anche Bella lo è.

 

Bella Baxter, interpretata magistralmente e visceralmente dal’attrice Emma Stone (qui anche produttrice), è la protagonista assoluta della storia. Riportata alla vita dallo scienziato Dr. Godwin Baxter (William Dafoe) attraverso l’impianto del cervello del suo stesso feto. Godwin, un grottesco dottor Frankenstein, che Bella chiama God (Dio, non a caso), è una creatura ibrida incline al cambiamento, a sua volta abusato dal sadismo degli esperimenti del padre anch’esso scienziato. È il prodotto di uno sguardo medico e totalmente positivista sul mondo che ha dovuto negoziare la sua umanità. Primo adulto mancato della storia, mai del tutto cresciuto e schiavo delle intrusioni paterne, incapace di tenerezza, fino alla fine non riesce a distinguere tra conoscenza e amore e a malapena trattiene gli impulsi sessuali per la figlia-creatura.

Anche Bella è una creatura ibrida che si ripresenta al mondo abitando un corpo adulto con l’innocenza e la curiosità di un neonato, come ibride sono le chimere al tempo stesso penose e adorabili che gironzolano per tutta la pellicola.

È certamente caratterizzata da una bellezza conforme, ma è il modo in cui usa il proprio corpo come strumento di conoscenza ed esperienza a essere considerato mostruoso, nel momento in cui devia dalla norma sociale accettata. In una Londra gotica e tardo-vittoriana dalle atmosfere steampunk, Bella cresce inizialmente sotto la rigida protezione di Godwin e del suo giovane assistente di laboratorio Max McCandles (Ramy Youssef). Man mano che il cervello si sviluppa, impara a camminare e a conoscere il suo corpo. Vederla donna con movenze da bambina ci spinge a immedesimarci nello sguardo di una serie di adulti confondenti, che distorcono la tenerezza e la seduttività del cucciolo fino ad abusarne. Lanthimos in effetti fa ampio uso di un grandangolo deformante come fosse l’occhio di chi vede l’altro attraverso la bramosia del potere esercitato con il sesso, la conoscenza o la sopraffazione fisica.

Ad un certo punto Bella inizia a desiderare di scoprire la realtà esterna e decide di fuggire, ma solo per un po’, con Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), avvocato libertino con cui intraprende un viaggio alla scoperta del mondo, Londra, Lisbona, Alessandria d’Egitto, Parigi.

Ecco che inizia l’odissea di un Ulisse al femminile, un viaggio eroico di andata e ritorno dalla narrativa lineare da fiaba, accessibile a ogni tipo di pubblico; decisamente distante dalla filmografia di un autore come Lanthimos, che ha sempre lavorato sull’impianto simbolico, spesso sfidando il pubblico fino a metterlo a disagio.

I temi indagati nel cinema di Lanthimos sono sempre molto complessi, presentati in modo stratificato. Si tratta di storie che prendono spunto dal piccolo, per poi alludere all’universale. Ed ecco che la famiglia patriarcale di Dogtooth, che si isola dal mondo esterno mettendo in atto un tipo di educazione basata sulla coercizione, la menzogna e la violenza, può diventare un’allegoria per riflettere sul totalitarismo; ecco che la premessa surreale di The Lobster, in cui le persone single vengono trasformate in animali, si può inserire in un discorso più ampio sulla coppia come costruzione sociale; o ancora, l’assunto di stampo classico dell’ereditarietà della colpa viene adattato alla vicenda che coinvolge una famiglia borghese e usato per indagare la natura del potere in Il sacrificio del cervo sacro. Tutti questi argomenti riguardano sempre il rapporto che il singolo instaura con la collettività, in uno scambio tra dentro e fuori, una riflessione su quello che siamo realmente, su come ci vediamo in relazione agli altri e su come il sistema in cui viviamo contribuisce a influenzarci, trasformarci, controllarci.

Sotto questo aspetto il film è pienamente incentrato sulla fisicità, sulla sensorialità, la centralità del corpo inteso nel suo più spiccato materialismo.  Il corpo di Bella non definisce la sua identità, ma è solo la sua parte visibile, il mezzo con cui occupa uno spazio e i sensi lo strumento attraverso il quale fa esperienza del mondo e il mondo fa esperienza di lei. Un mondo inchiodato a precise sovrastrutture socio-culturali imposte dalla società. Così come il Frankenstein di Mary Shelley viene percepito malvagio perché convenzionalmente spaventoso nonostante la sua indole sia tutt’altro che minacciosa, così la libertà di pensiero e azione della Bella di Lanthimos è percepita come spudorata e priva di moralità.

Bella è dunque costretta a nascere e crescersi da sola, appellandosi alla sua vitalità e curiosità per il mondo, imparando da sé a sfruttare i suoi poteri. All’inizio per difendersi e poi, col tempo e apprendendo dall’esperienza, per scegliere di chi e cosa circondarsi, in un percorso di emancipazione in cui si vede benissimo la psiche incarnarsi nel corpo, passo dopo passo, attraverso la scoperta del piacere e del dolore fuori da ogni convenzione sociale.

Se il film decide di abbracciare il punto di vista di Bella, allo stesso tempo non esclude quello degli altri personaggi intorno a lei, in un gioco di prospettive che utilizza il linguaggio del grottesco nei dialoghi, nella sceneggiatura, nella scenografia, nella fotografia e perfino sul piano visivo. Le inquadrature grandangolari con fish-eye di Lanthimos diventano un escamotage per restituire diverse percezioni nello stesso momento. La scelta di escludere il colore all’inizio del film, nel periodo della vita di Bella in cui non ha ancora raggiunto consapevolezza di sé,  per poi raccontare la crescita del personaggio attraverso l’esplosione di colori saturi nelle scenografie di James Price e Shona Heath e negli splendidi costumi realizzati da Holly Waddington.

            Povere Creature! è una storia geniale di orrori e di trasformazioni, raccontata attraverso i corpi e i sensi ancor più che con le parole. Più volte descritto come un film sull’emancipazione femminile, in realtà è una storia di riumanizzazione, di nuova antropoiesi che invita ad un ragionamento più ampio sulle sovrastrutture patriarcali e sulle convenzioni sociali che influenzano il nostro modo di pensare e di vivere sin dall’infanzia; una sorta di nuovo Pinocchio[2] al femminile. Bella è una figura nuova che si distingue dalla norma, che non conosce il compromesso, come quando scopre il piacere sessuale come atto gioioso, scevro da ogni connotazione morale, o quando fa del suo corpo strumento consapevole di profitto. Bella non è oggetto del piacere altrui ma soggetto del proprio piacere.

 Nel suo percorso di crescita sfrutta l’unicità della sua condizione, un cervello libero da sovrastrutture in un corpo adulto, per acquisire una consapevolezza di se e del mondo frutto della propria esperienza, delle proprie conoscenze, del proprio senso critico, non già del compromesso sociale. Inizialmente appare ingenua solo perché sprovvista degli strumenti per riconoscere le brutture del mondo ma una volta che viene messa difronte alle crudeli dinamiche della realtà, come nella tappa del suo viaggio ad Alessandria d’Egitto, lei si ribella e mette in crisi il sistema e chiunque lei stia accanto. A farne le spese l’arrogante Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo)che inizialmente convinto di poter controllare a suo piacimento la giovane Bella, finisce per diventarne vittima. Emblematica a tal proposito la scena del ballo, quando Bella vuole danzare solo seguendo la musica e il suo istinto infischiandosene della gente attorno, e Duncan cerca invano di condurla ad uno schema di coppia per salvare le apparenze.

Più che un’ideale di emancipazione femminile, Bella Baxter incarna un desiderio di autodeterminazione individuale, di fuga dalle gabbie create dalle strutture convenzionali.

È questa gioiosa anarchia, questa vitalità impertinente che rende unico il personaggio di Bella.

È interessante vedere come tutti i personaggi che si relazionano con lei cambino. Godwin, da creatore-genitore iperprotettivo ridefinisce il proprio rapporto con la creatura-figlia in termini paritari. Anche il concetto di famiglia viene ridefinito, da luogo di chiusura a spazio di cura reciproca.

Il film si configura come una critica lucida e articolata al sistema, all’impatto che le costruzioni sociali hanno sulla formazione di legami, sulla vita, la felicità e il benessere emotivo degli esseri umani, vere “povere creature” degne di biasimo, in antitesi alla perversione. Eppure la perversione è presente, come in effetti emerge nella punizione e trasformazione finale in capra inflitta al personaggio negativo Alfie Blessington (Christopher Abbott), seppur coerente con tutto il resto.   

 

In ultima analisi, Povere creature! è una matassa densa di tematiche da districare. Su tutte prevale forte un inno alla libertà, alla diversità, alla singolarità, alla straordinaria ricchezza di ogni essere umano.

In una società ormai alla deriva, fondata su relazioni virtuali, disumanizzata dai continui conflitti, corrotta e confusa da governi ciechi ai bisogni individuali della collettività, indifferente ai cambiamenti in atto su scala globale e attenta soltanto ai propri interessi egoistici e materiali, in balia degli eventi senza alcuno spirito critico, Bella Baxter rappresenta l’ideale di nuova eroina contemporanea che si scaglia contro le convenzioni imposte dalla società stessa.

Un modello che fa sperare. Una Bella speranza.

 


Bella in una scena del film "Povere Creature"

 

 


[1] Mary Shelley, Frankenstein, introduzione, 1831

[2] Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, 1883

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