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  • NUCCIO ZICARI

Proprietà non proprietà

URINA, LETAME, SANGUE, SPERMA. I fondamenti vissuti del diritto di proprietà[i].

Fin dalla prima pagina avevo già compreso che questa sarebbe stata una lettura rivoluzionaria, una di quelle dalle quali non si torna più indietro. Ad un onnivoro di letteratura sovente capita di trovare spunti interessanti, conferme, nuove fonti per nuovi autori da leggere, insomma frasi da sottolineare a matita e consultare all’occorrenza. Rare volte però l’opera in toto regala un’illuminazione, una svolta, una nuova visione sulla vita, sull’uomo, un dono di consapevolezza che eleva la coscienza ad un livello successivo. Platone, Sant’Agostino, Pascal, Erasmo, Schopenhauer, Nietzsche, Freud, Jung, Tolstoj, Pirandello, Calvino, Pasolini, Pound, Bauman, Morin, de Montaigne, Thoreau, per citarne alcuni, hanno rappresentato per me delle svolte. Al pari di loro Michel Serres ne Il mal sano, è stata un’autentica rivelazione.

Per Marx la proprietà privata è quindi il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato, del rapporto di estraneità che si stabilisce tra l’operaio, da un lato, e la natura e lui stesso dall’altro[ii], ovvero la facoltà di disporre pienamente ed esclusivamente di beni di varia natura entro i limiti fissati dalle leggi nei vari momenti storici. Serres sovverte completamente questa idea e associa l’atto del possedere con quello del contaminare, dello sporcare, dell’inquinare.

Facciamo un passo indietro. L’etologia ci insegna che ogni essere umano, animale, vegetale, per sopravvivere ha bisogno di un habitat, un luogo. Molti animali marcano con l’urina il proprio territorio, certi vegetali diffondono intorno piccoli getti di acido invisibile, se un uomo sputa in un piatto di minestra se la terrà per sé perché nessuno la vorrà, se puzza di sudore nessuno vorrà stare nello spazio che lo circonda e così via. Da questi esempi apparentemente semplicistici, Serres estrapola un assioma di diritto naturale estendibile a qualunque essere vivente: la proprietà si acquista e si conserva con la sporcizia, o meglio, la proprietà è ciò che è sporco.

Da qui la celebre citazione a ciascuno piace l’odore della propria merda, lascia intendere come ciò che produciamo come proprio non ci disturba, che sia una cartaccia buttata per terra o il rumore della nostra voce.

Non tutti sanno che il verbo avere (habere) e abitare (habitare) hanno la stessa origine latina, pertanto già la stessa lingua suggerisce una relazione profonda tra il luogo e l’appropriazione. Abito, quindi ho. È La miseria umana che segna il limite della vita possibile: coloro che abitano hanno, coloro che non abitano non hanno.

Gli antichi latini chiamavano pagus il proprio fazzoletto di terra coltivabile, proprietà sancita dalla presenza dei cadaveri degli antenati sepolti in quel luogo sotto una stele di pietra. Roma stessa fu costruita da Romolo sulle spoglie del fratello Remo. Tutta la religione pagana dei Lari e dei Penati deriva dal pagus, in quanto luogo della famiglia.

E i sacrifici col sangue di animali o di esseri umani per ingraziarsi il volere degli dei, non erano forse un modo per marcare un luogo di sacralità, sporcandolo? Facendone un tempio.

Curioso che la parola tempio derivi etimologicamente dal latino templum e dal greco temenos, ed in entrambi i casi significhi sezione, recinto di un luogo separato e per questo sacro. Secondo Serres, solo col Cristianesimo possiamo annunciare la prima fine della proprietà.

Gesù Cristo, il rivoluzionario figlio di Dio, resuscita e non elegge più alcun luogo perché la vita eterna non appartiene a questo mondo ma a quella dopo la morte. Pertanto l’uomo spogliato di ogni avere si ritrova ad essere solo di passaggio in questa vita.

Ma il pensiero di Serres segue i mutamenti storici, e allora qual è l’avvenimento che segnò nel XX secolo un passaggio fondamentale nella storia della nostra specie?

Secondo l’autore non furono le guerre che insanguinarono il mondo con gli orrori della storia, ma la progressiva sparizione dell’agricoltura. La principale attività dell’uomo, la terra, che intorno al 1900 faceva riferimento a più della metà della popolazione, oggi occupa soltanto il due per cento.

Quindi anche il concetto di proprietà muta dal pagus, il terreno fisico, a pagina, foglio di carta, due parole stessa origine anch’esse. L’appropriazione tenderà a realizzarsi sempre meno con le deiezioni e sempre più con le firme sulle pagine, cambiano i supporti ma non il fine. Nascono i contratti.

Non è finita qui. Il passaggio ad un modo più dolce di sporcare e possedere, induce le compagnie e i fabbricanti a creare un proprio marchio da imprimere a ciò che vendono. Con una strategia abile e visibile sotto gli occhi tutti, condividono la proprietà del prodotto con l’acquirente ma ne conservano la paternità.

Avete mai visto un’automobile chiamarsi col nome del suo compratore? Paghiamo per avere un bene, ma il bene stesso conserva il nome di chi lo ha creato. E noi restiamo solo affittuari.

Rendiamo inoltre un ulteriore servizio. Mostrare quel bene genera nel pubblico il desiderio di acquistarlo e quindi nuove vittime al servizio delle grandi multinazionali commerciali. Nascono la pubblicità, il consumismo, le mode.

Restiamo ancora nell’ambito dei segni. Tutto ciò che ci contraddistingue, il nostro nome, data di nascita, indirizzo, numeri di assistenza sanitaria, conto in banca, carte di credito, telefonate, messaggi, foto, passaporto, preferenze alimentari, acquisti, etc., rappresentano i nostri dati per il semplice fatto che contengono traccia di noi, ne sono sporchi per dirla alla Serres.

Ma a chi diamo questi dati? Di chi sono le banche dati che li contengono?

Più di dieci anni fa Serres si era già posto il problema di come i dati sarebbero diventati la vera e propria fonte di ricchezza, molto più che il denaro in sé, finendo per trasformare il nostro orizzonte individuale e collettivo per lasciar spazio all’avvento di un quinto potere, quello dei dati per l’appunto.


If you’re not paying for the product, then you are the product.
Se non spendi per acquistare un prodotto, allora sei tu il prodotto.

Questa frase tratta dal film The Social Dilemma[iii], spiega molto bene come in cambio della gratuità di un servizio (social networks, video, giochi, apps) oggi non ci curiamo di cedere una enorme quantità di preziose informazioni personali che, una volta eleborate da appositi algoritmi, consentono di stilare dei profili complessi delle nostre abitudini così da influenzare qualunque aspetto delle nostre vite. Acquistare una paio di jeans o dirigere il nostro pensiero politico, sociale, religioso non fa alcuna differenza. Alle conseguenze catastrofiche di tutto questo assistiamo ogni giorno sotto i nostri occhi.

Per quanto tempo ancora vogliamo essere affittuari dei nostri dati? Locatari delle nostre vite?

E il sesso? Come ometterlo quando si parla di proprietà.

Torniamo un momento alla parola luogo, dal latino locus, dal greco topos, designa l’insieme degli organi sessuali e genitali femminili. Superfluo menzionare associazioni a più moderni modi dire.

Perfino Platone, nel Timeo[iv], descrive il chôra, il luogo uterino, come una tavoletta di cera sulla quale si marcano delle tracce.

Ma chi marca? Chi è il proprietario dell’impronta? Esiste solo un proprietario di questo luogo o più ospiti di passaggio?

Ecco allora che ritorna il concetto di proprietà caro a Serres, in quanto appropriazione di un luogo fisico, la donna, sporcato dall’uomo col suo seme. Diventa perfino legge con la pratica dello ius prime noctis , secondo il quale molte donne vergini credevano che donandosi la sera delle nozze al principe, tutti i figli del marito sarebbero poi nati marcati dal sangue blu. L’autore francese arriva perfino a paragonare l’anello per legare i buoi alla fede nuziale per legare a se, possedere la donna amata; e di conseguenza giustifica l’adulterio della donna come atto liberatorio dall’appropriazione indebita del matrimonio.

In sostanza, dalle prime contaminazioni dell’uomo sul terreno origina la proprietà individuale, dalla condivisione la famiglia, dalle successive contaminazioni della famiglia nasce la collettività, la città, dalla città la nazione e così via per appropriazione spaziale, l’intero pianeta.

Le eiezioni del singolo diventano, secondo Serres, l’inquinamento delle moltitudini, le discariche nelle metropoli, i rifiuti negli oceani, i gas di scarico nell’aria, tutto in nome del possesso di uno spazio sempre più ampio.

Ma cosa succederà quando questo processo esponenziale e potenzialmente infinito si scontrerà con l’ambiente finito del pianeta?

Pensate per un momento se la specie delle tigri, anziché avanzare verso l’estinzione, iniziasse a crescere in maniera vertiginosa, come quella degli uomini, nell’ordine dei miliardi. A parte lo scenario apocalittico di terrore in cui vesserebbe la specie umana, ma la sola urina sparsa dalle bestie per marcare il territorio inonderebbe l’intero pianeta rendendolo inospitale per la sopravvivenza delle altre specie compresa quella produttrice. Questo esempio distopico dell’autore, rende molto bene l’idea del destino che ci attende al varco se non poniamo qualche genere di rimedio, e subito.

Il pensiero di Serres va oltre ed introduce la differenza tra inquinamento duro e inquinamento dolce. Il primo è dato dai rifiuti materici solidi, liquidi, gassosi, chimici, prodotti dall’uomo e riversati nell’ambiente per occupare uno spazio fisico e possederlo. Il secondo, molto più subdolo ed elegante, consiste nella produzione di simboli, suoni, idee, che occuperebbero uno spazio immateriale ma non per questo meno desiderabile da possedere.

Mi spiego meglio. Se l’ambizione atavica dell’uomo è quella di allargare i confini dei suoi possedimenti a dismisura, perché non trovare strumenti più versatili in grado di adempiere a tale scopo?

Secondo questa idea, ad un certo punto della storia, un sovrano capì che non poteva recarsi ai confini del proprio impero ciononostante voleva diffondere la sua sovranità a tutti i propri sudditi e aree connesse, così decise di diffondere dei dischi di metallo sui quali fece incidere il proprio profilo su ambi i lati. Trovò persone tanto avide da scambiare quegli oggetti in cambio di un valore. Nasce la moneta, nasce il denaro.

Queste monete assunsero un valore sempre crescente a tal punto da offuscare quello intrinseco del bene scambiato. Accade ancora oggi quando chiunque di noi si appresta a fare un acquisto, che l’attenzione sia sempre proiettata sullo strumento di pagamento, moneta, banconota, carta di credito, prima che sul prodotto in se, dato per scontato. Era una sana tradizione, fino a qualche tempo fa, portare oggetti in dono per un avvenimento importante, nascita, matrimonio, compleanno, scelti per soddisfare i desideri o le esigenze della persona onorata; oggi si richiede l’asettico regalo in busta. Il simbolo ha annullato la cosa.

Lo stesso ragionamento può essere esteso ai suoni. Le campane di un campanile cattolico, la sirena di una volante della polizia, il muezzin di una moschea musulmana, il tam-tam di una tribù africana, tutti suoni che chiamano verso il punto di emissione coloro che fanno parte di un’area invasa e impossessata. Perfino l’accento, secondo Serres, proietta il proprio luogo d’origine in un luogo comune e pertanto rappresenta uno strumento di possesso di uno spazio grazie al rumore emesso dalla propria lingua natia.

Alla luce di quanto detto, se il potere esige una messa in scena, un mezzo in grado di trasmettere un messaggio dolcemente sporco ed in grado di superare le distanze, quale miglior strumento se non quello di un’idea?

Scritte, grafiche accattivanti, colori sgargianti, slogan persuasivi, invadono manifesti, piazze, luoghi pubblici e non, definendo un’ideale di bellezza e di bontà. Gli schermi dei nostri smartphones, computer, tv, radio, veicolano ogni giorno messaggi su cosa e come dovremmo essere, su modelli ai quali uniformarci per non rimanere ai margini della società. Seguendo la scia invisibile di un’iperbole evidente, l’insieme delle moltitudini di questi stimoli esterni catturano in maniera totalizzante la nostra attenzione a tal punto da creare uno stereotipo di realtà lontana dalla realtà visibile sotto i nostri occhi. Fotografiamo un tramonto per postarlo ma non lo guardiamo per l’emozione che sa regalarci. Aderiamo a campagne di solidarietà su facebook per il nostro compleanno, costantemente ignorate, e inciampiamo sugli scarponi di un vagabondo morente per strada, infastiditi dalla sua presenza.

Mi viene in mente Kant[v] quando scrive:


la bugia appartiene al suo inventore mentre la verità oggettiva e universale non appartiene a nessuno. 

Come non vedere che la proprietà impedisce di vedere il mondo vero, oggettivo, universale, così com’è?

Allora, l’inquinamento duro si appropria del mondo duro; l’inquinamento dolce, ugualmente pericoloso se non più nocivo, si appropria degli uomini, delle relazioni a volte fragili e dalla coscienza inibita. Questa dolcezza, talvolta invisibile, invade l’assenza di spazio che le nostre anime occupano. Sappiamo analizzare l’inquinamento solo in termini fisici, quantitativi, solo per mezzo delle scienze dure. Eh no, invece si tratta delle nostre intenzioni, delle nostre decisioni, delle nostre convenzioni. Insomma, delle nostre culture.


There’s an empty space inside my heart
C’è uno spazio vuoto nel mio cuore
Where the weeds take root
Dove l’erbaccia mette le radici
So now I’ll set you free, I’ll set you free
Perciò adesso ti renderò libero, ti renderò libero

Chi mi ha già letto conosce l’abitudine nel contaminare i miei scritti, non me ne voglia il buon Serres, con la musica, la fotografia e altro. I versi sopra appartengono a Lotus Flower, il mio pezzo preferito dei Radiohead. Il loro contenuto, che ascolto mentre scrivo, è funzionale ad introdurre le conclusioni alle quali giunge il pensiero rivoluzionario espresso fino a questo punto.

Se gli effetti dell’inquinamento sul pianeta rappresentano la causa della rovina dell’uomo, la soluzione proposta è quella di lottare contro questa tendenza attraverso un processo di riumanizzazione che prevede la firma di un Contratto Naturale. I due punti fondamentali sono la Cosmocrazia e la Egonomia.

Ipotizziamo un futuro di espropriazione del mondo, in cui la proprietà non riconosca più i suoi limiti, allora lo spazio che essa marcava non apparterebbe più a nessuno, res nullius. Solo a tale condizione gli uomini diverrebbero semplici inquilini del pianeta e potrebbero concepire la pace, perché in pace col cosmo. Ecco la Cosmocrazia.

L’altro dogma da sfatare è quello secondo il quale nessun essere vivente possa esistere senza un luogo. La religione del Cristianesimo ci viene in aiuto in questo. Il figlio di Dio che nasce in una mangiatoia, un senzatetto, da una madre vergine e che risorge dopo la morte lasciando vuota la sua tomba. Non gli fu dato nessuno dei tre luoghi simbolo della proprietà. Un uomo senza alcun legame con la vita terrena, che non appartiene al mondo e al quale il mondo non appartiene. Mundus res nullius. Ebbene, in un mondo che non appartiene a nessuno può vivere solo un uomo che non è di nessun altro, che appartiene solo a se stesso, Homo nullius. Ecco l’Egonomia base per una futura Egocrazia.

E’ urgente che gli uomini, non in quanto nazione, non in quanto continente, ma in quanto specie e senza alcuna frontiera che li divida, firmino questo Contratto Naturale col pianeta. Solo così si potrà sfuggire ad un’apocalisse già scritta, soltanto gettando le basi ecologiche di un Neoumanesimo.


Paesi invisibili, Sicilia. Luglio 2015

1. [i] Michel Serres, Il mal sano, Contaminiamo per possedere?, Ed. il melangolo. 2009 2. [ii] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, pag. 81-83. 1949, 3. [iii] Jeff Orlowski, The Social Dilemma, docufilm, Netflix. 2020 4. [iv] Platone, Timeo, Dialoghi platonici, VIII tetralogia. IV sec. a.C 5. [v] Immanuel Kant, Critica della ragion pratica. 1788

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